La Fibronit di Broni: Una tragedia annunciata

 Broni, una bellissima cittadina con il suo campanile si estende nell’oltrepo pavese. Un comune a prevalente vocazione agricola che riserva una tragedia nascosta. Qui infatti nel 1919 si costruisce il Cementificio Ialiano che nel 1932 diventa Fibronit, fabbrica del cemento amianto, quell’amianto che cambia la storia di Broni e dei suoi abitanti, prima offrendo lavoro poi togliendo il respiro a centinaia di ignari lavoratori, familiari, cittadini. La fabbrica che si estende per tredici ettari, dimessa dal 1994 ed in attesa di una bonifica non ancora realizzata, contiene ancora sessantamila metri quadri di amianto, duecentoquarantamila metri cubi di amianto sono in giro per Broni, altre tonnellate di amianto in lastre e polverino, regalati agli operai dalla fabbrica, sono serviti per case, strade, impasti. Una tragedia annunciata quella di Broni dato che si sapeva della cancerogenicità dell’amianto già dagli anni “60, ancora più grave perché chi doveva intervenire non lo ha fatto anche in presenza di segnali allarmanti, permettendo che l’amianto e il profitto togliessero il respiro a tanto bronesi. I dati ufficiali indicano a Broni nel periodo 2004-2008 49 casi di mesotelioma, il tumore di certezza provocato dall’amianto, di questi 21 i lavoratori Fibronit, 49 i residenti di Broni. Quindi non solo esposizione professionale all’amianto in fabbrica ma altissima esposizione ambientale subita dagli abitanti tanto da determinare una incidenza superiore a quella lavorativa. Allarmante è anche il dato relativo ai casi di mesotelioma nelle donne che secondo altri dati nel periodo 1998-2007 ammontava a 19 casi contro i 20 negli uomini, incidendo con quasi il 50% del totale. Le mogli, le madri, le figlie, le donne di Broni che a casa lavavano gli indumenti di lavoro degli uomini sbattendoli e ripulendoli dalla polvere che respiravano e che respiravano anche i bambini. Lavoratori, mogli e figli ignari che l’amianto gli avrebbe tolto il respiro chiedendo un conto altissimo in cambio di un faticoso lavoro. Lavoro duro quello della fabbrica Fibronit. Armando trasportava sacchi di amianto da cinquanta chili spaccandosi la spalla dalla mattina alla sera e quando tornava la sera portava quella polvere di amianto in casa, ignaro del regalo di morte che avrebbe fatto alla moglie Carmela. Armando e Carmela sono due delle vittime dell’amianto di Broni, morti entrambi di mesotelioma, un destino vissuto insieme sino alla separazione nella morte, uniti in cielo. In fabbrica hanno lavorato in tutto oltre tremila operai , il paese oggi conta ottomila abitanti. Strano paese l’Italia, viene quasi da pensare che d’Italia ce ne sia più di una se qui a Broni il tempo sembra essersi fermato, addormentando tutti, se di Broni non si parla. Non si parla dei suoi morti silenziosi, della bomba ambientale della fabbrica, considerato sito di interesse nazionale, che taluni vorrebbero bonificare smaltendo l’amianto che la contiene portandolo da un’altra parte e altri, riteniamo giustamente, si battono perché quell’amianto non venga smosso ma segregato in una sorta di sarcofago, così come fatto per la Fibronit di Bari e per evitare ulteriore danni al territorio e alla popolazione già martoriata da questa immane tragedia. Broni chiede giustizia, i bronesi vogliono che finalmente si dia voce al problema e si sappia la verità. Alla cittadinanza il compito della mobilitazione, al fine di sollecitare le istituzioni, a queste ultime la responsabilità di decidere ed intervenire nel modo più opportuno accelerando il processo di bonifica e attuando azioni concrete per la tutela della salute della popolazione, di accertamento delle responsabilità e di risarcimento delle vittime.

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